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ALESSANDRO GRASSANI

ALESSANDRO GRASSANI

Spazio Corriera, via Marconi, 11 - Luzzara

 

“ULAN BATOR, MONGOLIA”

 

Progetto “Migranti ambientali: l'ultima illusione”- La migrazione ambientale è un ordigno inesploso: in un futuro non troppo lontano l'intero pianeta dovrà affrontare il fardello economico e sociale delle sue conseguenze. Entro il 2050 almeno una persona su 45 sarà un migrante ambientale – tra 250 milioni ed un miliardo di persone in totale: oggi si contano già decine di milioni di persone (fonti: Organizzazione Mondiale delle Migrazioni e Nazioni Unite).

Il 90% di questi migranti vive in paesi in via di sviluppo e non “approderà” in nazioni più ricche, ma cercherà nuove fonti di reddito nelle aree urbane del proprio paese d'origine, già sovrappopolate e spesso estremamente povere.

Dal 2008, per la prima volta nella storia, vivono più persone nelle aree urbane che nelle zone rurali, e le città continueranno a crescere a causa dei cambiamenti climatici e per l'arrivo dei migranti ambientali (fonti: Organizzazione Mondiale delle Migrazioni e Nazioni Unite).

Sto svolgendo un progetto di lungo periodo su questo argomento poco esplorato ma incombente. La ricerca ha l'obiettivo di fornire uno sguardo sul peggioramento del nostro pianeta e delle nostre città, per comprendere le motivazioni personali che muovono la popolazione migratoria, per documentare e raccontare le sue storie e portare alla luce l'impatto sociale devastante della migrazione ambientale dalle aree rurali alle città.

Mongolia, Bangladesh, Kenya ed Haiti sono alcuni dei paesi maggiormente colpiti dal fenomeno della migrazione ambientale. Mi sono concentrato su queste aree geografiche per raccontare le diverse forme che i cambiamenti climatici possono assumere nel mondo. Nella mia storia ho utilizzato un patternnarrativo: in ogni paese raccolgo le storie di chi combatte contro le avversità ambientali nelle aree rurali e le raffronto con le storie dei migranti ambientali che vivono in condizioni disperate negli enormi slum delle capitali. Questo è il ground zerodei migranti ambientali oggi – una situazione che potrà solo peggiorare nei prossimi anni.

In questa mostra presento il capitolo del mio progetto dedicato alla Mongolia.

MONGOLIA: un paese tre volte più esteso della Francia, conta 3 milioni di abitanti. Quasi metà di essi vivono gli uni sugli altri nella capitale Ulan Bator, che ha più di 1,2 milioni di persone. Metà della popolazione urbana abita negli slum che si sono sviluppati intorno alla città, conosciuti come “quartieri yurta” dal nome delle tende tradizionali mongole che i mandriani delle steppe portano con loro come unica proprietà.

La Mongolia è estremamente povera: il 20% della popolazione vive con 1,25 dollari al giorno ed il 30% soffre di malnutrizione.

I cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova una nazione già precaria, colpendone l'orgoglio e l'identità nazionale che si basa sullo stile di vita nomade. I mandriani hanno smesso di spostare le loro yurte per cercare nuovi pascoli: il duro inverno mongolo chiamato Dzudè sempre più lungo e nevoso e costringe migliaia di nomadi a migrare nella capitale dopo aver visto i loro animali dimagrire e poi morire di freddo (le temperature arrivano a – 50°C). Nel solo anno 2010, durante uno degli Dzudpiù duri, sono morti in mongolia più di 8 milioni di animali tra pecore, mucche, cavalli e cammelli e circa 20.000 mandriani non hanno avuto altra scelta che migrare verso Ulaan Bator.

Le persone ritratte nelle fotografie hanno un destino comune: sono mandriane e mandriani costretti ad abbandonare le aree rurali ed isolate dove erano abituati a vivere. Sono arrivati nella capitale dopo una vita sui pascoli, non sono addestrati a svolgere alcun altro tipo di lavoro e per questo finiscono per vivere di stenti negli slum della città, che negli ultimi vent'anni è raddoppiata senza alcun tipo di pianificazione, fognature o elettricità.

Oltre agli slum ho passato molti giorni con la famiglia Tsamba che vive nella provincia centrale di Arkhangai. Gli Tsamba sono fuggiti da inverni durissimi che in tre anni hanno ucciso metà della mandria di famiglia, una volta composta da duemila capi: durante la mia visita hanno perso venti pecore in soli due giorni di freddo. Il cambiamento climatico lascia queste persone senza alcuna alternativa all'illusione di una vita migliore in città.

Biografia

BIOGRAFIA

Alessandro Grassani(1977) ha raccontato grandi eventi internazionali di news come i funerali di Yasser Arafat, lo sgombero dei Coloni israeliani dalla Striscia di Gaza, il terremoto che distrusse la città di Bam in Iran, l’operazione militare israeliana “Summer Rain”.
Con il tempo la sua attenzione si è spostata verso una fotografia di approfondimento e di indagine su importanti tematiche sociali che l’hanno portato a viaggiare in oltre 30 Paesi; collabora, tra gli altri, con The New York Times, Sunday Times, time Magazine National e L’Espresso e organizzazioni come le Nazioni Unite, Doctors of the World, International Organization for Migration e UNOPS.
I suoi lavori sono stati esposti in festival e musei a livello internazionale come al Palazzo delle Nazione Unite, Museo de la Porte Dorèe a Parigi, International center for Climate Governance, Royal Geographic Society di Londra, Visa Pour l’Image a Perpignan.
E’ stato premiato, tra gli altri, al Sony World Photography Awards, Days Japan International Awards, Luis Valtuena Humanitarian Photography Award, Premio Marco Luchetta e Premio Amilcare Ponchielli.
Negli ultimi anni il suo lavoro si è concentrato principalmente su progetti documentari a lungo termine in cui esplora le conseguenze del cambiamento climatico e le loro conseguenze sulla società globale.