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Concept 10×10 2109

di Maurizio G. De Bonis

Lo spazio intorno a noi, i luoghi che abitiamo e percorriamo con il nostro corpo, gli esseri umani con i quali interagiamo, gli eventi, gli oggetti, le cose.
Tutto è relazione nella presunta realtà che caratterizza la nostra esistenza, tutto si articola in una sorta di perenne conflitto in cui la connessione tra soggetto e oggetto (nonché tra individuo e mondo) è tanto più ambigua quanto più apparentemente vera.
Il meccanismo della conoscenza, ovvero di quella particolare proprietà che nel genere umano determina il concetto più ampio e complesso, quanto pericolosamente scivoloso, di cultura, è dunque allo stesso tempo un aspetto concreto della nostra vita e un elemento di indeterminatezza che è strettamente connesso alla questione della percezione e dell’estetica.
Cosa vediamo di ciò che ci circonda? Cosa è la realtà? Cosa percepiamo veramente? E perché alcune cose ci interessano più di altre? A queste domande non è semplice dare risposte. Ciò che è possibile affermare è che il processo di conoscenza passa attraverso quesiti che non fanno altro che determinare nuove perturbanti domande, in un percorso infinito che non porta alla verità assoluta e che si manifesta come un divenire pluridirezionale e orizzontale piuttosto che come una costruzione verticale di certezze ineludibili.

La conoscenza rappresenta, quindi, un problema e non una soluzione, e questo problema non può che essere accostato alla questione della coscienza soggettiva. L’individuo che si relaziona con il presunto reale effettua un atto psichico molto fragile la cui unica sicurezza è determinata dal sentimento che si genera nell’esperienza della percezione, ovvero il principio archetipico dell’estetica.

In sostanza, coscienza e conoscenza risultano, indissolubilmente collegate, intrecciate una nell’altra e sono a loro volta profondamente correlate al procedimento estetico per eccellenza: l’atto di fabbricazione artistica.
Anche la pratica creativa della fotografia si articola in maniera indefinibile tra coscienza e conoscenza, all’interno di quella sorta di buco nero che si trova tra desiderio di controllare il reale, tipico del genere umano, e frustrazione nei riguardi dell’impossibilità di comprensione del mondo.
Il Festival 10X10 del 2019 cercherà di indagare questo enigma, forse irrisolvibile, di riflettere sulla dimensione di una disciplina artistica che ondeggia paurosamente tra clonazione sterile della realtà e immaginazione, tra documentazione e invenzione visuale, tra desiderio di razionalità narrativa e deriva figurativo-visionaria. Il tutto nella consapevolezza che la fotografia è un’arte visiva tecnologica complicata e impervia proprio per la natura del suo prodotto finale: l’immagine. Tale elemento usa, infatti, i segni della realtà per raccontare la realtà, fattore quest’ultimo estremamente rischioso che pone l’oggetto fotografia in uno spazio inesistente, poiché il contenuto e il segno di un’immagine fotografica mancano sempre a loro stessi, sfuggono alla dimensione dell’assoluto e seguono il flusso di un divenire senza direzione che finisce per avvolgersi su se stesso all’infinito.